PALAZZO D’AVALOS

“Fin dal primo momento — con ancora negli occhi la Corricella — Palazzo D’Avalos ci è parso da subito come un sistema aperto di ambienti, scandito da varchi e finestre spalancate. 
Un senso di orizzonte, ma al tempo stesso di isolamento, ci ha scosso, rivelandoci la grande capacità di quegli spazi di essere interconnessi visivamente tra loro e con l’altrove, che sia il mare o la memoria. 
L’intero allestimento è una rilettura di quegli sguardi per ricomporre l’atto di osservare attraverso feritoie, che perforano le mura per sbirciare nei sogni e nelle storie che oggi appaiono come oggetti.”

  • STATUS Completed
    CLIENT Ecosistema Palazzo D’Avalos
    DESIGN TEAM AIDNA soc. coop. a r. l.
    CURATORSHIP Alberta Romano, Aurora Riviezzo
    PHOTOGRAPHY Dario Borruto

PALAZZO D’AVALOS

Il progetto curatoriale non cerca una sintesi univoca, bensì accetta la contraddizione come valore fondativo, lasciando che le molte identità del luogo coesistano senza generare gerarchia alcuna.

La citazione di Elsa Morante — “Non ho aspettato altro che il giorno pieno” — agisce come soglia concettuale e temporale. Il giorno pieno non coincide con la fine dell’attesa, ma con la sua presa di coscienza. È il momento in cui il tempo sospeso diventa vissuto.

Palazzo d’Avalos non è un edificio che si limita a esistere nello spazio: è un corpo che ha attraversato epoche, ruoli e significati, portandone ancora i segni.

2025

L’allestimento non impone una nuova immagine al luogo, né tenta di neutralizzarne l’asprezza. Al contrario, lavora per sottrazione, costruendo uno spazio che non distrae, ma espone. La materia — muri, superfici, luce naturale — non viene corretta, ma assunta come testo primario. L’architettura diventa così dispositivo di pensiero, capace di rendere percepibile la densità del tempo.

La mostra si innesta in questo impianto come una costellazione di tracce. I manufatti realizzati dai detenuti, i registri, le fotografie, gli oggetti d’uso quotidiano non sono presentati come testimonianze eccezionali, ma come residui di una pratica diffusa, quasi anonima. Non raccontano una redenzione, ma una persistenza: la possibilità di produrre senso anche nei luoghi della sottrazione. La creatività non come riscatto, ma come forma minima di resistenza all’azzeramento del tempo.

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